Co-sup 12

Maria Teresa Schiavino - Haïsha


postface de Rolland Caignard



Recueil composé de 22 haïshas qui présentent une forte adéquation entre haikus et images.


Scrivo haiku da molti anni. Un piccolo esercizio di concentrazione, un gioco solitario di organizzazione di parole da
annotare rapidamente sui supporti più disparati. Lo trovo utilissimo per ripulire il linguaggio di tutto quel che è superfluo, per arrivare all'essenza delle cose.

Mi piace scriverne nei gruppi, insieme ad altri hajin, lasciare che le parole vadano insieme alle altre nel flusso continuo e si perdano.

Ma nel momento in cui immagino di pubblicare i miei haiku nella loro forma poetica “pura”, l’impressione di ripetere forme usurate, di riecheggiare atmosfere già note, di misurarmi con i miei miti, mi spaventa. Come con la poesia, il rischio di fallire il senso è enorme. In tanti scriviamo haiku. Come potranno distinguersi i miei dai milioni di altri? L’esilità delle parole e della loro ombra mi paralizza.

Da molti anni, anche, prendo foto. Dovunque mi trovi, se possiedo un mezzo idoneo faccio delle foto.  È una coazione a ripetere che mi porta ad accumulare nelle memorie dei miei strumenti elettronici tante, troppe immagini di cui non so proprio cosa fare. In realtà potrebbero restare per sempre lì dove sono. Ma, in questo caso, mi spaventa l’idea che si perdano nel flusso dei tempo e dei bit. Che possano essere divorate da un virus o cancellate involontariamente da
un guasto qualsiasi, come è avvenuto. Sono immagini senza alcuna pretesa artistica, catturate solo per fermare il tempo, per prendere un appunto, per ricordare. Se le perdo, perdo una parte della mia memoria.

Anche queste immagini, per me, sono degli haiku. Lo sono nella misura in cui ne confermano la regola : una istant-poetry che coglie un momento tra i tanti di cui è formato il tempo – non il giorno, che costerebbe uno sforzo ben più grande... - ma un istante preciso, “quell’istante” unico e solo, colto e fermato nel fluire degli altri, reso provvisoriamente “eterno”: niente di diverso da uno scatto fotografico di quelli fatti cammin facendo, senza premeditazione né preparazione.

Impastare insieme parole e immagini lungo la via degli haiku diventa allora il modo per creare un corto circuito visivo in cui testo e immagini si confrontano, si confondono, diventano una cosa tutta nuova che si misura con la propria unicità, col proprio senso estrapolato.

In realtà neanche questo costituisce una novità perché molto spesso gli haiku, nel loro contesto originale, accompagnano disegni. Lo stesso maestro Matsuo Basho, probabilmente il fondatore del genere, viaggiava con l’occorrente per disegnare. Il nuovo, se c’è, è nell’utilizzo di strumenti digitali che aiutano a trasformare l’immagine.
Dunque il tentativo è quello di andare oltre gli haïku inglobandoli in forme nuove, di recuperare a un nuovo senso delle
immagini private.

Che poi non si tratti solo di haiku ma anche di tanka e senryu, questo non cambia le cose.

Le immagini sono tutte mie, tranne la famosissima “Grande Onda di Kanagawa” di Hiroshige, la penultima immagine, in libero uso su internet, di Mark Urau, e l’immagine del cimitero di Douz che non ricordo più se sia mia o della mia amica Maria Pia.

Maria Teresa Schiavino